Menno ter Braak
aan
Kennie van Schendel

Den Haag, 15 juni 1935

L'Aya, 15 Giugno '35

 

Cara Signorina van Schendel

Oggi io ho avuto una conferenza col mio redattore in capo, che mi permise di andare a Parigi il giovedì.

Infine io vedo in prospettiva qualque giorno di libertà! Soltanto mi rincresce di dovere vivere parecchie settimane senza l'ispirazione della Sua lezione, senza il fuoco sacro della Sua conversazione italiana, che fa tremare la terra settentrionale della mia anima flegmatica; ma mi consolo della dantesca visione di Sestri Levante, che sarà il paradiso completo per un uomo che ha bisogno di riposo (non ancora eterno, è vero, ma pure lungo).

Spero che la mia visita breve a Parigi mi permetta di vedere se non altro superficialmente l' espozione italiana nello Petit-Palais. Non perché dopo il inizio delle mie lezioni italiane io ho preso una monomania italiana insanabile; la mania di ogni cosa che si può immaginare mi pare stupida e abietta; ma perché io sento una parentela (forse soltanto sentimentale?) fra una lingua e la pittura di un paese. Fino ad adesso non sentevo una vera ammirazione per Raffaelo o i altri maestri italiani; neanche ho riuscito di fare una differenza distinta fra le tele raffaellesche e il ‘kitsch’ ordinario. Oimè!

Certamente non sono un uomo fatto per l'ammirazione dell'arte; non conosco le distinzione sacre inventate per le persone che si chiamono Bremmer o Just Havelaar.

Perché devo essere uno critico d'arte? E un gioco della natura, che aveva fatto primo da me un insegnante. Sono un intellettuale contadinesco, forse per l'eternità.

Le prego di voler scrivermi qualche parola sulla lezione prossima e di dimostrarmi la volta prossima gli sbagli nella questa lettera.

Con cordiali saluti,

anche da mia moglie

MtB

 

Origineel: particuliere collectie

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